Avvicinandosi alla roccia nell’abside per osservarla meglio Lyath vede incise delle figure, secondo lei senza senso. Anche attivando detect magic non vede nulla di interessante.
Amrunithil cerca di capire se sono segni imitanti il Qualith, ma è evidente che non lo siano; piuttosto sembrano essere lettere dell’alfabeto comune messe assieme senza senso apparente.
Lyath cerca di approfondire interrogando il fedele che stava mostrando loro il tempio, questi risponde che è la “pietra con cui la divinità si rivela, egli tramanda le parole da eoni tramite la pietra e solo pochi sanno interpretare ciò che c’è scritto”.
Teor si guarda in giro, notando come nonostante l’iniziale sobrietà mostrata dagli adepti l’ambiente mostra segni di ricchezza (ricercatezza nelle decorazioni e pregio di alcuni suppellettili); lo fa presente all’accolito e questi gli risponde, con una vena di fanatismo, che i loro adepti sono generosi con i doni, sapendo che la divinità li ascolta certamente. Chiedendo cosa promette la divinità gli viene risposto la protezione per il focolare e la famiglia e la salute personale.
Gerbo si aggira nel luogo alla ricerca di qualcosa di maligno: il sacrificio di sangue gli fa inizialmente storcere il naso (l’officiante sta estraendo il cuore con un affilato e decorato coltello dorato), mentre le decorazioni sparse in giro hanno come elemento ricorrente le fiamme e demoni che ballano. Torna dai compagni dicendo che la setta non li convince, sia per i modi che per i simboli ricorrenti. Teor concorda col compagno.
Amrunithil interroga ancora l’adepto e gli chiede se qualche fedele sia stato colpito dallo stato di torpore che dilaga nella città, l’adepto dice che pochi sono stati coinvolti perché seguono scrupolosamente i precetti dati dal gran sacerdote: non lasciare mai la città, non frequentare le taverne e frequentare solo persone appartenenti alla congrega.
Gerbo ipotizza che magari il sacerdote riesce a somministrare tramite il sacrificio qualcosa che possa fungere da repellente per il parassita.
Lyath segue la linea di pensiero e va a dare un occhio al sacrificio sempre con detect magicattivo, ma non trova nulla.
Teor fa la stessa cosa con detect evil and god, con risultati migliori: scopre che tutti gli oggetti consacrati alla divinità hanno il marchio di un immondo (o perché consacrati direttamente al male o perché prima dissacrati e convertiti).
Turbato lo fa presente al gruppo, sia lui che Gerbo sono dell’idea prima di allontanarsi e poi di andare contro il sacerdote, Lyath propone di cercare di capire se possono invece essere loro eventuali alleati contro la minaccia cittadina (“il nemico del mio nemico può essere mio amico”).
La cerimonia finisce e il sacerdote si ritira in una stanza laterale, il gruppo lo segue e si presentano.
L’uomo è sorpreso che dei nuovi arrivati si rivolgano direttamente al sacerdote, ma si mostra disponibile ad ascoltarli.
Teor usa l’approccio della minaccia e gli chiede quanto è aggiornato sulla situazione cittadina e se possa essere eventualmente interessato ad aiutarli.
L’uomo risponde di essere a conoscenza di ciò che sta succedendo, ma che è tranquillo perché la divinità gli ha rivelato come proteggere i propri discepoli; il paladino non è convinto e gli sibila nelle orecchie di sapere degli oggetti maledetti nella sala.
Il sacerdote è visibilmente scosso e arrabbiato dall’insinuazione.
Lyath interviene per sedare gli animi, manda fuori dalla stanza i compagni e si rivolge al sacerdote il infernale: dice di essere una seguace della divinità e mostra il segno lasciatole il giorno in cui strinse il patto col suo patrono. Il sacerdote riconosce il segno e si rilassa, permettendo alla conversazione di ricominciare in maniera più tranquilla.
Come sospettato dalla tiefling viene ribadito che il sommo Azazel nulla a che fare con la minaccia rappresentata dagli Illithid e che, come stava dicendo prima a Teor, lo stesso Azazel ha fornito ai discepoli un modo per proteggersi. Trattasi nello specifico di sali particolari, che il sacerdote condivide con Lyath: sono da consumare una volta al giorno, dovrebbero dare una sorta di protezione contro il controllo mentale.
Ringraziando Lyath si accommiata, raccomandando il sacerdote di inviare un messaggio in biblioteca nel caso qualcuno della comunità si presentasse mentalmente obnubilato.
La tiefling esce raggiungendo i compagni (“tutto a posto, avevo ragione io”) e assieme tornano alla biblioteca, dove trascorrono la notte alternandosi nei turni di guardia.
Il mattino giunge senza intoppi.
Lyath e Teor discutono un po’ sulla setta, alla fine concordano di lasciarli stare anche se per motivi diversi (a Teor non piacciono e Lyath sa che non sono coinvolti con la situazione cittadina).
Piano per la giornata: andare prima in caserma a cercare Reyphine e poi a indagare sul sig Nomen.
Teor prima di ciò vuole trovare l’oni: in sella a un cavallo con l’incanto trovare oggetti puntato sulla falce della creatura percorre le direttrici principali della città, sperando di capire dove possa essere la creatura.
Dopo poco si attiva il rilevatore magico, il paladino lo segue e arriva alla porta est della città; esce dalla città lasciando indietro i compagni e la sicurezza delle mura. Segue la pista uscendo dal sentiero, fino a vedere in lontananza un ammasso roccioso dalla forma di un drago.
Si inoltra nella foresta verso l’ammasso.
Nel mentre gli altri hanno attraversato la città arrivando al fortino, aspettano una mezzoretta come stabilito ma il compagno non torna.
Porconando in lingue più o meno morte decidono di mettersi alla sua ricerca.
Amrunithil tira fuori la bussola e cerca di capire la direzione in cui si trova Teor, l’oggetto è collaborativo e la mezzelfa intuisce essere nella direzione della Roccia del Drago.
In tutto ciò l’intrepido Teor, muovendosi nella foresta, arriva a portata di orecchio di rumori di simil-accampamento. Cerca di avvicinarsi lasciando perdere il cavallo, ma un po’ di rumore causato dallo sferragliare dell’armatura mette all’erta gli accampati.
Teor si nasconde dietro le frasche e appena il muso di un ogre spunta da dietro un ramo gli cala sul muso la lama dell’ascia, colpendolo, lanciandogli poi contro bagliore lunare.
L’ogre reagisce menandolo e chiamando il compagno che poco distante si unisce alla lotta.
L’intrepido eroe cerca di colpirne uno, mancando miserabilmente; per fortuna il cono di luce aiuta nell’opera di danneggiamento, anche se appena danneggiati gli ogri si spostano dal raggio dell’incantesimo.
I due besti cercano di accanirsi sul padellino, ma solo uno riesce a colpirlo.
Non passa troppo tempo che dalla direzione dell’accampamento arriva un forte stridio, a Teor ricorda il verso del vermone incontrato prima di arrivare in città.
Velocemente il paladino sfrutta un incantesimo per sparire dal raggio d’azione delle creature e ricomparire poco distante celato dalla vegetazione.
Le due creature sono perplesse, poco lontano si sente una voce che li avvisa che si è teletrasportato e ordina di cercarlo mentre lui libera la creatura.
Teor sente la cosa e corre via verso il cavallo, cercando di tornare in città.
Nel mentre gli altri si fiondano fuori dalle mura e iniziano a correre nella direzione indicata dalla bussola.
Gerbo evoca un’aquila gigante e le ordina di trovare Teor e riportarlo indietro.
Teor se la sta dando a gambe, alle sue spalle rumore di tamburi e di qualcosa di grosso che si muove sradicando alberi.
Riesce a raggiungere il cavallo, a saltare velocemente in sella tagliando le redini e lanciarsi al galoppo in mezzo agli alberi.
Riesce a raggiungere i margini della foresta, voltandosi indietro vede di essere inseguito dal vermone maledetto, evidentemente al servizio degli ogre.
Si sta allontanando dal creaturo quando si accorge di un’aquila gigante che si cala in picchiata e cerca di afferrarlo, Teor cerca di evitarla ma non ci riesce. Viene tirato su da sella e dopo poco è appoggiato a terra davanti al gruppo.
Il cazziatone da parte degli altri è inevitabile, anche se cerca di minimizzare dicendo di aver tutto sotto controllo.
Gerbo manda l’aquila in avanscoperta, torna e con parlare ad animali Lyath capisce che c’è trambusto nella foresta, ma nulla si sta avvicinando nella loro direzione.
Amrunithil ragiona sulla situazione behir: non sono solitamente allevati, forse sono domati con la forza.